My whole life in 30 sqm | Tutta la mia vita in 30 metri quadri.

(ENG/ITA) Here I am in apartment number 6 in a little over 7 years of life abroad. It seems strange to have seen so many in 7 years, yet I feel like it’s okay. That all in all this was the hardest and at the same time easiest move ever. I wonder what the walls that brought me all the way here would say if they could talk.

Apartment number 1 was the one in Friedrichshain, Berlin. A little too expensive and a bit shabby with ugly and old furniture, but so full of promise and hope. That house was tangible proof that the much dreamed life abroad, or rather in Berlin, had become a reality for him and me. So much hard work in those first months. Excruciating shifts in Italian cafes with ridiculous salaries that were barely enough to cover expenses. But it didn’t matter, because those sacrifices were what made my dream possible. And that house on the fourth floor with the smallest balcony I have ever seen gave me the strength every day to continue. The rooftops of Friedrichshain and the sunsets of the Berlin summer were winning me over more and more every day and I knew that that was exactly where I needed to be.
Apartment number 2 was the one in Tallinn, Estonia. Corporate apartment in which I moved after the German state rejected my application for a residence permit, instead accepted immediately in Estonia, thanks to a job found in the meantime. Apartment shared for a couple of months with a questionable 60-year-old with whom I also had to work. Given the unsustainability of this absurd cohabitation, I changed my living situation as soon as possible.
Apartment number 3 was a few hundred meters from the previous one, just outside the city center of Tallinn. A little 27 square meter oasis furnished in a quirky but all in all comfortable way. I didn’t need much live well and this quiet little house allowed me to learn to appreciate my solitude and enjoy my time and space to the fullest. To breathe and breathe again.
Apartment number 4 was again in Berlin, this time in Wedding, shared with him, who in the meantime had stayed in Germany to work and wait for me. Finally, I could again call home the city I have always loved. Number 4 wasn’t much but we had managed to make it a home anyway, with few belongings, some second-hand furniture and a lot of laughters. After 3 and a half years, for various reasons, we set out to find a new place to live, which we wanted to be a new beginning that smelled of a thousand opportunities, freshness and, finally, freedom.
With apartment number 5, it was love at first sight. It was the only one so far that gave me a true sense of home, nest, security and comfort. Big but not too big (barely 55 square meters), very bright, with a real living room and exquisite neighbors. Not at all far from the beating heart of the city. White walls to color and decorate with memories and stories to write together. This was the apartment where I could finally imagine myself in the long run, after so many changes. Unfortunately, things don’t always work out the way we want them to.

So here I am. Apartment number 6 is where I start it all over. Where I lick my wounds and move on after an almost 12-year relationship has come to an end. Where I take time to grow, to understand, to be reborn.

I can’t quite say that I am exactly where I wanted to be or imagined I would be at this point in my life. I’m almost 36, I’m single (again after over a decade), white is creeping more and more into my brown hair, and I’ve moved a lot of houses in the last few years, maybe too many, and I feel like I don’t really belong anywhere. I don’t have children and I don’t want any, or at least I think so. I believe that women exist far beyond motherhood and although I have the utmost respect for anyone who has this desire, I don’t feel it made for me and I prefer to be the slightly crazy “aunt” who likes to laugh at nothing and hum. Let’s just say I’m starting to ask myself questions though. And then an impostor syndrome sewn on my chest like an embroidered monogram and a resume that smells of everything and nothing. A suitcase of problems that I have to deal with and that seems to want to follow me wherever I go and that, once and for all, I have to deal with. Concentrating all of myself and my life in a few boxes, a few bags and a few pieces of furniture seems strange. Yet there was no other way. Because sometimes you have to make uncomfortable and painful choices to get to something better.

And so I start over again. First of all with me.

If I’m scared, you ask? You don’t know how much. Sometimes, however, you can only go forward and have faith in yourself and in what life has in store for you. Like a dive into the void, while we close our eyes in fear and hold our breath waiting for the impact with the cold water. And past that moment when we struggle to get back to the surface, once our heads come out of the water we realize that we have made it and that we can stay afloat. And who knows, maybe we’ll even want to dive back in again.

PS: it’s been months since my last YouTube video. Here I am again, finally. This is a bit different than my usual content but I’ve poured my heart into this video. It’s finally time to get back at it.

Eccomi nell’appartamento numero 6 in poco più di 7 anni di vita all’estero. Sembra strano averne visti così tanti in 7 anni, eppure sento che va bene così. Che tutto sommato questo è stato il trasloco più difficile ed allo stesso tempo più facile del mondo. Chissà cosa direbbero i muri che mi hanno portato fino a qui se potessero parlare.

L’appartamento numero 1 era quello di Friedrichshain, a Berlino. Un po’ caro ed un po’ malandato con mobili bruttini e vecchiotti, ma così carico di promesse e speranze. Quella casa era la prova tangibile che la tanto sognata vita all’estero, o meglio a Berlino, era per me e lui diventata realtà. Quante fatiche fatte in quei primi mesi. Turni massacranti nelle caffetterie italiane con stipendi ridicoli che a malapena bastavano a coprire le spese. Ma poco importava, perché quei sacrifici erano ciò che rendevano il mio sogno possibile. E quella casa al quarto piano con il balcone più piccolo che io abbia mai visto mi dava ogni giorno la forza di continuare. I tetti di Friedrichshain ed i tramonti dell’estate berlinese mi conquistavano ogni giorno di più ed io sapevo di essere esattamente dove volevo essere.
L’appartamento numero 2 era quello di Tallinn, Estonia. Appartamento aziendale in cui mi sono trasferita dopo che lo stato tedesco ha rifiutato la mia domanda di permesso di soggiorno, invece accettata subito in Estonia, grazie ad un lavoro trovato nel frattempo. Appartamento condiviso per un paio di mesi con un discutibile personaggio di circa 60 anni con cui dividevo anche il posto di lavoro. Data l’insostenibilità di questa assurda convivenza, non appena possibile ho dato una svolta alla mia situazione abitativa.
L’appartamento numero 3 era a poche centinaia di metri da quello precedente, appena fuori il centro di Tallinn. Una piccola oasi di 27 metri quadrati arredato in modo bizzarro ma tutto sommato confortevole. Non mi serviva gran che per stare bene e questa piccola casetta tranquilla mi ha permesso di imparare ad apprezzare la mia solitudine e farmi godere appieno dei miei spazi. Di respirare e respirare ancora.
L’appartamento numero 4 era di nuovo a Berlino, stavolta a Wedding, condiviso con lui, che nel frattempo era rimasto in Germania a lavorare ed aspettarmi. Finalmente potevo di nuovo chiamare casa la città che amo da sempre. Numero 4 non era un gran che ma eravamo riusciti a renderla comunque una casa, con poche cose, qualche mobile di seconda mano e tante risate. Dopo 3 anni e mezzo, per varie motivazioni, ci siamo messi a cercare un nuovo posto in cui vivere, che doveva essere un nuovo inizio che sapeva di mille opportunità, di freschezza e, finalmente, di libertà.
Con l’appartamento numero 5 è stato amore a prima vista. E’ stato l’unico finora che mi ha dato un vero senso di casa, di nido, di sicurezza. Grande ma non troppo (a malapena 55 metri quadri), luminosissimo, con un vero salotto e dei vicini fantastici. A due passi dal cuore pulsante della città. Muri bianchi da colorare e decorare di ricordi e storie da scrivere insieme. Questo era l’appartamento in cui finalmente riuscivo ad immaginarmi a lungo termine, dopo tanti cambiamenti. Purtroppo le cose non vanno sempre come vorremmo.

E così eccomi qui. L’appartamento numero 6 è quello in cui ricomincio da me. In cui mi lecco le ferite e vado avanti dopo una relazione di quasi 12 anni giunta al termine. In cui mi prendo tempo per crescere, capire, rinascere.

Non so se posso dire di essere esattamente dove volevo essere o avrei immaginato di essere giunta a questo punto della mia vita. Ho quasi 36 anni, sono single (di nuovo, dopo più di un decennio), i capelli bianchi si insinuano sempre più nel mio castano e negli ultimi anni ho cambiato molte case, forse troppe, e sento di non appartenere veramente a nessun luogo. Non ho figli e non ne voglio, o almeno credo. Credo che la donna esista ben al di là della maternità e, seppure io abbia il massimo rispetto per chiunque ne abbia il desiderio, io non lo sento mio e preferisco essere la “zia” un po’ matta a cui piace ridere del niente e canticchiare. Diciamo che però inizio a farmi delle domande. E poi una sindrome dell’impostore cucita sul petto come un monogramma ricamato ed un curriculum vitae che sa di tutto e di niente. Una valigia di problemi con cui fare i conti e che sembra volermi seguire ovunque io mi sposti e con cui, una volta per tutte, io devo fare i conti. Concentrare tutta me stessa e la mia vita in pochi scatoloni, poche borse e qualche mobile sembra strano. Eppure non c’erano alternative. Perché a volte bisogna fare scelte scomode e dolorose per arrivare ad un qualcosa di migliore.

E così ricomincio. Prima di tutto da me.

Paura? Non sapete quanta. Certe volte però si può solo andare avanti ed avere fiducia in sé ed in ciò che la vita ha in serbo per noi. Come un tuffo nel vuoto, mentre si serrano gli occhi per la paura e si trattiene il respiro aspettando l’impatto con l’acqua fredda. E passato quel momento in cui ci si affanna a tornare in superficie, una volta che la testa esce dall’acqua ci accorgiamo che ce l’abbiamo fatta e che riusciamo a stare a galla. E chissà, magari ci viene anche voglia di rituffarci di nuovo.

PS: sono passati mesi dal mio ultimo video su Youtube. Rieccomi finalmente. E’ una cosa diversa dal solito ma ci ho messo il cuore. Finalmente si ricomincia.

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