senza limiti. / unlimited.

(ITA/ENG below) Vi racconto una storia.

Ho rischiato di presentarmi all‘appuntamento finora piú importante della mia vita in ritardo ed impreparata. Quello che invece è accaduto davvero é arrivarci sudata, con i capelli scompigliati, due occhiaie abbastanza importanti ed un aria molto più che vagamente sconvolta. Si tratta dell’appuntamento a cui gli ultimi 7 anni abbondanti della mia vita hanno portato e da cui dipende tanto, troppo.

Me ne sto seduta sul divano a fare colazione ripensando ancora a quel first date un po’ awkward e vagamente opinabile di due sere prima. Con la sicurezza di essere in perfetto orario, decido di riguardare rapidamente la lista dei documenti da portare al mio appuntamento, convinta che fosse più una formalità che una necessità, nonostante ci avessi prestato un’attenzione pressoché nulla fino a due giorni prima. Di solito inizio mesi prima a mettere insieme tutto meticolosamente, per paura di dimenticare qualcosa. Stavolta invece me ne sono “dimenticata”, persa tra i miei ormai perenni casini esistenziali, come se questa fosse una cosa poco importante. Quasi subito peró devo confrontarmi con l’amara realtá dei fatti: mi manca un foglio, non ho pensato di stamparlo. Guardo l’orologio. Panico. Comincia la corsa contro il tempo per andarlo a stampare senza arrivare in ritardo, con la speranza di non metterci troppo. In qualche modo finisco di prepararmi senza intoppi e senza inciampare nel mio gatto, e chissà perché mi viene in mente di indossare il maglione più pesante che ho (spoiler, si rivelerà una scelta errata). Dopo aver amaramente constatato che non ho alternative semplici e rapide, mi rassegno al fatto che devo andare al copy shop più vicino (che comunque non è poi così vicino), sapendo che si tratta di una deviazione infelice che mi costerà tanto tempo, ma presentarsi senza il suddetto foglio potrebbe rivelarsi un errore fatale.

Inizia una corsa contro il tempo che mi fa capire che non sono nata per essere né una maratoneta, né una velocista né tantomeno una high-performance coach.

Una fortuita congiunzione astrale, o forse un karma particolarmente favorevole (visto il date opinabile di due sere prima, una soddisfazione ogni tanto me la dovrei prendere pure io, no?) mi fanno arrivare trafelata e sudata al copy shop, ma con immensa gioia noto che non c’è fila e nel giro di due minuti entro, stampo, pago e corro verso la stazione della U-Bahn.

Tolto l’ostacolo del foglio mancante, adesso rimane il problema di scegliere la via più veloce per arrivare. Dato che sono con i minuti contati e ho appena perso la metropolitana che volevo prendere, decido di prendere quella che va nella direzione opposta e fare una strada diversa. Incrociamo le dita e speriamo che l’universo me la mandi buona.

La mascherina ed il maglione mi fanno un effetto sauna che fa svanire i minuscoli tentativi di mettermi in ordine prima di uscire. Ormai sono sfatta ma inizio a rilassarmi capendo che, salvo guasti sulla linea o controlli della polizia o vattelappesca, io arriverò in orario, cambio metro incluso.

Quando faccio cambio per prendere la U6 sbaglio anche strada nel tentativo di trovare il binario giusto. Ma arrivo trionfante alla stazione di Reinickendorfer Str. con un mezzo sorriso e da sotto la mascherina mi esce un lieve “coraggio Je, che ce la fai”. Percorro con passo svelto l’ultimo chilometro che mi separa dalla mia destinazione: l’Ufficio Immigrazione.

In qualche modo sono in perfetto orario, il mio avvocato è già lì ad aspettarmi. Ancora mi sembra impossibile e neanche ho tempo di prendere fiato che subito entriamo.

L’edificio è come me lo ricordo: triste, asettico, asciutto. Stanze vuote e disadorne che mettono tristezza e anche un po’ di angoscia. Perché in quelle stanze si decide il destino di tanti come me che sognano un posto in Europa. Siamo nella stessa sala d’attesa dell’ultima volta, quella in cui due anni e mezzo fa tremavo di terrore perché stavano contestando il mio rinnovo.

Il mio numero appare sul tabellone. Ricomincia il tango del sali-scendi, avanti-indietro perché il ed il mio avvocato non troviamo la stanza in cui dobbiamo presentarci. Quelli che sembrano mille minuti dopo, ci accomodiamo nell’ufficio 482.

Come sempre mi sento a disagio su quella sedia, nuda ed impotente. Perché il mio destino è in mano a qualche scartoffia e ad un impiegato statale che deve decidere se sono idonea o meno a restare nel suo paese. Come se il valore di una persona si potesse misurare in qualche foglio di carta. Stavolta però mi sembra di avvertire un’aria diversa: dopo aver scambiato qualche parola con me ed essersi assicurato che il mio livello di tedesco è idoneo per restare nel paese a tempo indeterminato, e dopo aver fatto qualche ulteriore verifica dei miei documenti, l’impiegato mi comunica che ho diritto ad un permesso di soggiorno senza scadenza.

Il tutto è durato pochi minuti ed io riesco solo a pensare al fatto che il mio permesso di soggiorno avrà per sempre una foto che sembra più una foto segnaletica che quella di un documento. Lo faccio notare all’impiegato, ci rido su e lui mi dice che ce ne sono di peggiori. Firmo, mi vengono prese le impronte digitali e prima che ne renda conto l’appuntamento è finito.

Ancora incredula, esco in strada, guardo quell’edificio grigio e minaccioso per l’ultima volta e sorridendo dico “ciao, a mai più rivederci”.

Solo quando scendo alla mia fermata per recarmi al lavoro, mi rendo improvvisamente conto che, sì ci sono tante persone speciali con cui voglio condividere questa gioia. Purtroppo peró manca LA persona, quella del cuore, quella con cui si condivide la vita, quella che si chiama subito, immediatamente quando si vuole raccontare qualcosa. Quella a cui non puoi resistere neanche un minuto di saltare al collo per la felicità incontenibile e che sarebbe felice quanto te se non più di te. Per un attimo mi sento molto sola. La solitudine, a volte, fa male più di quello che si vuole ammettere. Perché avrei davvero voluto condividere questo momento con quel qualcuno e renderlo partecipe della mia gioia. E invece sembra che dovró aspettare, anche se l’occasione di condividere proprio questo traguardo non mi capiterà mai più.

Faccio un respiro profondo e scaccio i pensieri infelici, cercando di godermi il momento. Metto le cuffie e parte “California love” di Dr. Dre e Tupac, forse non la scelta musicale più appropriata per l’occasione ma è la canzone che ho ancora aperta su Spotify. Camminando verso il lavoro mi sento un po’ come Richard Ashcroft dei Verve nel video di “Bittersweet symphony”, orgogliosa e strafottente perché “adesso passo io”.

Non posso fare a meno di ripensare alle parole del mio avvocato: “da oggi, Frau T. , Lei può fare quello che vuole”. D’ora in poi il mio permesso di soggiorno non ha più scadenza. D’ora in poi non devo più preoccuparmi di rinnovi, burocrazie, ansie, lavori che non mi piacciono ma che devo fare perché altrimenti chissà cosa succede al mio visto, moduli, formulari, spese dell’avvocato, fotocopie, documenti da far firmare al mio datore di lavoro, eccetera eccetera. 113€ e due impronte digitali dopo io sono una cittadina non europea residente a Berlino con un “Niederlassungserlaubnis”, cioè un permesso di soggiorno illimitato.

É stato un work in progress durato piú di 7 anni. Anzi, 7 anni 7 mesi e 10 giorni per la precisione. Se voglio rimanere qui a Berlino / in Germania per sempre non lo so. Ma intanto tiro un lungo sospiro di sollievo come se fossi stata in apnea per tutto questo tempo. Mi godo la leggerezza e l’improvviso senso di libertà a cui so che ci metterò un bel po’ per abituarmi, chissà perché. Essere improvvisamente liberi é esaltante, ma incute anche tanto timore. Chissà, forse riuscirò finalmente a capire cosa voglio fare da grande.

PS: alla fine quel famoso foglio non mi è neanche stato chiesto. Ma in fondo va bene così.

Let me tell you a story.

I risked showing up to the most important appointment of my life late and unprepared. What really happened is that I arrived there sweaty, with messed up hair, two dark circles under my eyes and looking more than a little unsettled. This is the appointment that the last 7 years of my life have led up to and on which so much, too much, depends.

I’m sitting on the couch eating breakfast, still thinking about that awkward and vaguely questionable first date I had two nights before. With the absolute certainty of being on time, I decide to quickly review the list of documents I have to bring to my appointment, convinced that it was more of a formality than a necessity, although I had paid almost no attention to it until two days before. I usually start meticulously putting everything together months in advance, for fear of forgetting something. This time, however, I “forgot” about it, lost in my perennial existential mess, as if this were something unimportant. Almost immediately, however, I have to face the bitter reality of the facts: I am missing a paper, I did not think to print it out. I look at the clock. Panic. I start the race against time to get it printed without being late, with the hope of not taking too long. Somehow I finish getting ready without a hitch and without tripping over my cat, and who knows why it occurs to me to wear the thickest sweater I have (spoiler alert, it will turn out to be a big mistake). After bitterly realizing that I don’t have any quick and easy alternatives, I resign myself to the fact that I have to go to the closest copy shop (which is not that close), knowing that it’s an unfortunate detour that will cost me so much time, but showing up without the aforementioned paper could turn out to be a fatal mistake.

I begin a race against time that makes me realize that I was not born to be a marathoner, sprinter, or even a high-performance coach.

A fortuitous astral conjunction, or perhaps a particularly favorable karma (given the questionable date of two nights before, I deserve this little victory, right?) makes me arrive at the copy shop breathless and sweaty, but with immense joy I notice that there is no line and within two minutes I enter, print, pay and run to the U-Bahn station.

Once the hurdle of the missing paper has been cleared, there now remains the problem of choosing the fastest way to get there. Since I’m on a very tight schedule and I just missed the subway I wanted to take, I decide to take the one that goes in the opposite direction and take a different route. Fingers crossed and hope the universe sends me good luck.

The FFP2 mask and the thick sweater I’m wearing create a sauna effect that makes the small, rushed attempts to get ready completely vanish. By now I’m already exhausted but I start to relax realizing that, except for breakdowns on the line, police checks or what not, I will arrive on time, including the subway change.

When I change to take the U6 I even take the wrong way in trying to find my next train. But I arrive triumphant at the Reinickendorfer Str. station with a half-smile on my face and from under my mask comes a breathless “come on Jen, you got this”. I walk briskly the last kilometer to my destination: the Immigration Office.

Somehow I’m right on time, my lawyer is already there waiting for me. It still seems impossible to me that I made it and I don’t even have time to catch my breath that we go in.

The building is exactly as I remember it: sad, austere, “dry”. Empty and unadorned rooms that make me sad and anxious. Because in those rooms the fate of many people like me who dream of a place in Europe is decided. We are in the same waiting room as last time, the one where two and a half years ago I was trembling with terror because they were contesting to renew my residence permit.

My number appears on the board. The up-and-down, back-and-forth tango begins again because my lawyer and I can’t find the room where we are supposed to show up. What seems like a thousand minutes later, we make into office 482.

As always, I feel uncomfortable in that chair, naked and powerless. Because my fate is in the hands of some paperwork and a public employee who has to decide whether or not I am fit to stay in their country. As if a person’s worth could be measured in a few sheets of paper. This time, however, I can feel a different vibe: after exchanging a few words with me and making sure that my level of German is suitable to stay in the country indefinitely, and after doing some further checking of my documents, the employee tells me that I am entitled to a residence permit with no expiry date.

The whole thing lasts a few minutes and all I can think about is the fact that my residence permit will forever have a photo that looks more like a mug shot than an ID one. I point this out to the employee, laugh about it and he tells me that there are worse ones. I sign, get fingerprinted, and before I know it the appointment is over.

Still in disbelief, I walk out into the street, look at that gray, intimidating building for the last time, and smiling I say “bye, see you never again.”

Only when I get off at my stop to go to work, I suddenly realize that, yes there are many special people with whom I want to share this joy. Unfortunately, however, THE person is missing, the one. The life partner, the persone you love the most and that you call immediately when you want to share some news. The person whom you can’t resist to instantly squeeze-hug due to the uncontrollable happiness and who would be as happy as you if not more than you. For a moment I feel very lonely. Loneliness sometimes hurts more than you want to admit. Because I would have really wanted to share this moment with that special someone and let them join my joy. And instead it looks like I’ll have to wait, even if the opportunity to share this very milestone will never happen to me again.

I take a deep breath and chase away the unhappy thoughts, trying to enjoy the moment. I put on my headphones and “California Love” by Dr. Dre and Tupac plays, maybe not the most appropriate choice of music for the occasion but it was the song I still have open Spotify. Walking to work I feel a little bit like Richard Ashcroft of The Verve in the “Bittersweet symphony” music video, proud and cocky because “get out of my way, I need to get through”.

I can’t help but think back to the words my lawyer said: “as of today, Frau T., you can do whatever you want”. From now on my residence permit does not expire. From now on I don’t have to worry about renewals, bureaucracy, anxieties, jobs that I don’t like but that I have to do because otherwise who knows what will happen to my visa, forms, lawyer’s fees, photocopies, documents to be signed by my employer, etc. etc. 113€ and two fingerprints later I am a non-European citizen living in Berlin with a “Niederlassungserlaubnis”, an unlimited residence permit.

This has been a work in progress that lasted more than 7 years. 7 years, 7 months and 10 days to be precise. Whether I want to stay here in Berlin / in Germany forever I don’t know. But in the meantime, I’m letting out a long sigh of relief as if I’ve been holding my breath all this time. I enjoy the lightness and the sudden sense of freedom that I know I will take a while to get used to, who knows why. Being suddenly free is exhilarating, but it’s also very scary. Who knows, maybe I’ll finally be able to figure out what I want to do when I grow up.

PS: In the end, they didn’t even asked about that famous paper. But that’s okay, after all.

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2 Comments

  1. November 22, 2021 / 18:09

    Congratulations! Do you get to have a German passport or is it only for German citizen?

    Also kudos for learning German and being a polyglot. Learning a new language as an adult is difficult. I wish I started when I was younger to learn Spanish because it would also easier for me to learn Portugués and French.

    • November 24, 2021 / 13:50

      Thank you!! 🙂 no, no passport, if I want to get that I have to apply to get the citizenship, but that would mean that I’d have to give up mine. I still have a couple of years before I am allowed to apply for it, so I have plenty of time to think about if I want to get through with it or not. For now I have my unlimited residence permit which allows me to stay here forever without worrying about visa expiring and such. What a relief! 🙂
      I actually learnt German in high school, but after graduating high school I haven’t practiced it at all, so it was pretty rusty when I first moved here in 2014. I got it all back and improved it a lot by living and working here. But so true, it is so much harder to learn a language when you’re already “grown up”! I’d also love to learn Spanish properly, I can understand it a speak it a bit, but would love to become fluent. I find it very difficult to carve myself time for online classes. Do you also know more than one language? Portuguese is very fascinating!

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